Intervista a Salvatori, responsabile progetto MedWolf

Non più isolati sulle montagne dell’Appenino. Il fiato dei predatori è appena fuori casa. «Ma è bene dirlo subito: attacchi all’uomo da parte del lupo non si registrano da due secoli», spiega Valeria Salvatori dell’Istituto di ecologia applicata dell’università di Roma 3, coordinatrice del progetto Life Ibriwolf, fase avanzata del progetto Medwolf che la Provincia di Grosseto sta portando avanti per studiare e contenere gli attacchi di lupi e cànidi. Dottoressa, gli allevatori sono disperati. «Spesso non ci si rende conto che, oltre al danno economico, c’è pure un danno emotivo, choc, sensazione di un lavoro e una passione vanificati. È un danno sociale». Gli allevatori denunciano che gli attacchi si sono intensificati paurosamente negli ultimi 5-6 anni. «È vero, la popolazione del lupo si sta ampliando». Qualcuno dice che sono stati portati dall’uomo. «No, sono solo voci, come quella dei lupi lanciati dagli elicotteri». Dunque, cosa ha provocato questo proliferare? «L’habitat ideale del lupo è l’Appennino. Ma è una specie altamente adattabile e opportunista che ha trovato alcuni fattori che le hanno permesso di espandersi». Quali sono? «Le politiche di protezione della specie e l’abbandono delle aree montuose da parte della popolazione hanno portato il lupo ad espandersi oltre l’Appennino. In queste nuove aree è entrato a contatto con cani non custoditi e si è riprodotto. Solo quest’anno in provincia sono stati catturati sette cànidi (nella foto quello preso a Stribugliano a marzo, ndr)». Gli attacchi di domenica sono opera di cànidi? «Non escludo che possa essersi trattato di lupo». Come ci si può difendere? «Non c’è una ricetta valida per tutti. La recinzione potrebbe aiutare ma nel Grossetano l’abitudine all’allevamento è squilibrata; recintare aree enormi è difficile». Dunque? «Noi stiamo lavorando su tre metodi: recinzioni fisse ed elettrificate mobili, dissuasori associati ad altri sistemi, addestramento di cani da difesa che vanno estremamente ben addestrati. Stiamo poi raccogliendo dati e interviste a campione con gli allevatori per studiare con loro le soluzioni migliori». (f.f.)

 

(fonte: Il Tirreno)

 

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